During the twentieth century and the previous century the territory of Montale linked its history to the name of several prominent citizens: figures of absolute importance, although not always crowned with the recognition that they deserved, but still useful for the understandment of art, history and literature of the last two hundred years.
A short distance from Piazza Matteotti, going down Via XXV Luglio and continuing to the left you will find yourself in front of the beautiful villa of Malcalo, where Gherardo Nerucci (1828-1906) spent the last years of his life. Novelist, critic, polemicist; he is mostly remembered because of the classic Sixty folk tales from Montale, published in 1880 by the florentine publisher Le Monnier. Italo Calvino was inspired by Nerucci’s style and methods when he wrote his Italian Folktales , almost one hundred years later.
Of noble montalese and florentine lineage, Nerucci spent his childhood and adolescence in Pisa. While studying law he also cultivated a great passion for literature and popular traditions.
In the last phase of his life, which he led secluded and away from the clamor of public debate, Nerucci took care of organizing all the precious material collected throughout the years into the volume that would become Sixty folk tales from Montale. When he was twenty, he enlisted as part of the University Battalion and partecipated in the riots that culminated in the delivery of Curtatone and Montanara. His commitment to the turbulent atmosphere of the “Risorgimento” led him to join the uprising against the Grand Duke, in Florence. It was precisely in the Villa of Malcalo that Nerucci opened a private rural school, when he married the englishlady Fanny Carolina Chambers and stopped teaching in a high school in Pistoia. He died in his home on December 30 1906, “peaceful, but almost ignored” says writer Giuseppe Pellizzari.
The following is an excerpt from “La Prezzemolina” (Trans: “The Little Parsley Girl”), the eighteenth novel from Nerucci’s Sixty folk tales of Montale, “as told by the widow Luisa Ginanni”. This is a minor classic of initiation into life, present in several versions of European fairy tales (among them the famous “Rapunzel”) and written in an irresistible vernacular style that remains faithful to its folk narrative roots.

La Prezzemolina
di Gherardo Nerucci

C’era una volta una donnetta, contadina con un po’ di terra e a male brighe ci ricavava il campamento; e lei tieneva a fargli le su’ faccende un garzone. Si sa; le donne, quand’ènno sole
accanto all’omo, finiscano tutte a un modo: quella donnetta e’ garbò al garzone e lui a lei, sicché dunque nun potiedano stare tanto tempo a patire e conclusano lo sposalizio, e subbito la donna
fu pregna. Ma nun si sentì ma’ bene, perchene lei nun trovava nulla di bono da mangiare, e nun c’era versi che gli entrass’in bocca se no altro che prezzemolo. Ma sì! il prezzemolo dell’orto, ce ne fussi stato! ’gli era finito da un pezzo. E ’mperò la donna rimase insenza metter qualcosa nello stomaco da tre giorni ’n fila. […] Il garzone nun intese a sordo, e la mattina, che il sole nun era nemmanco levo, pigliato un sacchetto con seco e un falciolo se n’andiede a ricercare l’orto, e cammina cammina ci arrivò; ma gli ci volse del bono a ripire su per il muro erto. Insomma, gli rinuscì d’entrarci. Nell’orto nun c’era anima viva, e il garzone lesto lesto segò mezza una proda di prezzemolo, n’empiette il su’ sacchetto e via! a corsa a portarlo alla su’ donna, che contentona e’ n’ebbe da sfamarsi per una settimana, ficuratevi!
Ora, bisogna sapere che quell’orto l’avea nel su’ possesso l’Orco, e quando lui sortì da letto e vedde lo sciupinìo del prezzemolo, gli prese una gran passione e principiò a berciare alla su’ moglie:
– Scendi giù, Catèra! Vieni e vedi, che m’hanno rubbo il prezzemolo. Ladracci ’nfami! Almanco, se gli bisognava, me l’avessin chiesto! Ma rubbarmelo è stato da birboni. S’i’ vi scopro!… S’i’
vi scopro!… E da tornare vo’ ci aete.
[…] In capo a otto giorni il prezzemolo la donnetta pregna l’aveva bell’e finito, sicché dunque il garzone col su’ sacchetto e il falciolo riviense di niscosto all’orto dell’Orco per farne un’altra provvista; ma a male brighe che lui principiò a segare, deccoti salta fora l’Orco e l’agguanta per il collo:
– T’ho chiappo, malandrino! – scramò con una vociaccia da metter paura a un sacco di Madonne. – E ora nun c’è scampi, e tu me l’ha’ a pagare con la tu’ pelle.
E ’n quel dire lo strascica ’n casa e lì lo sbatacchia per le terre con idea di finirlo; e gridava:
– Gnamo, corri, Catèra, s’ha da mangiar subbito.
Il garzone a quegli strapazzi si credé morto, ma poi gli prese un animo, s’arrizzò ’n ginocchione e diede a raccontare la su’ storia all’Orco; e seppe lui accosì arraccontarla bene e con tante lagrime, che l’Orco si sentette intenerire e disse:
– Ti perdono, via! ma a un patto.
– Dite pure, – gli arrispose il garzone rinfranchito: – v’accordo ugni cosa, purché mi lassate arritornare dalla mi’ poera donna.
Dice l’Orco: – Quest’èn il patto. Piglia pure del prezzemolo nel mi’ orto, quanto ti ce ne vole per mantiener la tu’ moglie. Lei col prezzemolo fresco accosì parturirà una bella creatura fresca. Ma quando lei averà parturito, io la creatura la vo’ mezza per me, che m’ha da servire per culizione.
– Guà! sia fatto il piacer vostro, – arrispose insenza pensarci il contadino, e poi, pienato il sacchetto col prezzemolo, più morto che vivo, reggendosi a mala pena in sulle gambe, ritornò alla su’ casa. […] Quando la bambina ebbe cinq’anni, l’Orco viense a prenderla e fu tutto inutile, ché la volse con seco in ugni mo’; e quando l’ebbe porta a casa sua, la rinchiuse in una stanza dientro una torre, addove nun c’era per montarci su punte scale, e poi disse alla Catèra:
– Custodiscila, ché nun gli manchi nulla, e bada che nissun la vegga e che lei nun iscappi quand’i’ son fora per i fatti mia.
E per poterla chiamare, lui gli diede nome Prezzemolina. Dunque la Prezzemolina, lassù serrata in quella torre, cresceva sempre più bella, e siccome chi la custodiva era la Catèra, la gli diceva mamma; e quando la Catèra voleva salire su in nella stanza a tienergli compagnia, chiamava dal fondo: “Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu’ madre.” E la Prezzemolina gli ciondolava le trecce da una finestra e la tirava ’n vetta. […]
Una mattina, tutt’a un tratto, la Prezzemolina sentiede che la chiamavano di fondo alla torre: – Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu’ madre. Lei si pensò che fusse la Catèra; ma quando ’gli ebbe tirato su con le trecce, lei s’avvedde invece che era un bel giovanotto, un figliolo di Re. Guà! l’esca accanto al foco! S’innamorò in nel mumento e restorno assieme anco la notte. Il giorno doppo eccoti la Catèra:
– Prezzemolina, Prezzemolina! butta giù le trecce e tira su tu’ madre.
Ficurarsi, che sconfondimento per que’ du’ poeri giovani ’nnamorati! Come si fa? come si fa? Perché se la Catèra gli trovava assieme, chi sa mai come gli andeva a loro!
– Niente paura! che ci ho il rimedio, – dice la Prezzemolina, e pigliata la bacchetta dello ’ncanto, il figliolo del Re lo fece diventare un fascino di legne: doppo calò le trecce e tirò su la su’ mamma. A male brighe che la Catèra ’gli entrò nella stanza, diviato e’ vedde quel fascino. Dice:
– Oh! questo che è qui a che serv’egli?
– To’, a che serv’egli? A cocere da desinare, – gli arrispose la Prezzemolina.
– Oh! che nun ve n’arricordate, che m’avete dato la bacchetta per sopperire a mi’ comodi quando vo’ nun ci siete?
Dice la Catèra: – Sì, sì, t’ha’ ragione. Brava, la mi’ bambina! Dunque fa’ le cose a modo, perch’i’ torno via, e bisogna ch’i’ stia fora de’ giorni. Addio, addio.
[…] L’Orco si mettiede a correre daccapo dreto alla Prezzemolina; e doppo camminato dimolte miglia e’ la vedde sempre assieme col su’ damo andare per la strada.
[…] – Vi maladico. E te, che t’avevo rileva come figliola, ti maladico per la prima. Sie’ maladetta da me. E lui, il tu’ damo, “A un’osteria ti lasserà, / E quando su’ madre lo bacerà / Di te si scorderà”.
E se n’andette doppo insenza voltarsi né in qua, né in là.
[…] Il poero Principe si sciorinò e si mettiede a ripensare alla su’ vita passata, e finì col ricordarsi d’ugni cosa e della Prezzemolina, e che lei e’ l’aspettava da tanto tempo in quell’osteria; sicché dunque, salta infurito dal letto, sona tutt’i campanelli e comincia a urlare, che vienghino i servitori e il su’ Prezzemolina babbo e la su’ mamma.
[…] – Presto, – dice, – si vadia con le carrozze a cercare la Prezzemolina. Insenza indugio attaccorno i cavalli, e tutta la Corte andette a pigliare la Prezzemolina e la portorno ’n trionfo al palazzo, addove si feciano le nozze con gran feste, giostre e desinari, e con invito a tutte le persone del Regno. E accosì finirno le pene della Prezzemolina, e lei stiede allegra e contenta col su’ sposo insino a che campò.