Politico, linguista, viaggiatore, acceso attivista dei moti che avrebbero condotto all’unificazione italiana; un monumento in Santa Croce, a Firenze, tiene viva la sua memoria, mentre la sua casa natale, oggi posta nel corso della via a lui intitolata nell’abitato di Tobbiana, è segnalata da una targa collocata nel 2010, in occasione dei duecento anni della sua nascita: Atto Vannucci (1810-1883), autore del classico I martiri della libertà italiana, resta una figura chiave nel dibattito storico e politico del nostro Risorgimento. Fu ordinato sacerdote a 24 anni, al contempo insegnando al collegio “Cicognini” di Prato, prima di prendere a viaggiare per trovare sollievo dal proprio precario stato di salute: Arezzo, la Lombardia, Roma furono le prime tappe dei suoi incessanti spostamenti, fino al decisivo soggiorno che, testimoniato da un diario tenuto nel 1843, lo condusse a Parigi, ove ebbe modo di conoscere patrioti italiani come Michele Amari e Giovanni Berchet, e di avvicinarsi ai movimenti mazziniani della “Giovine Italia”. Accademico della Crusca dal 1848, Vannucci lasciò margine sempre più ampio alla propria attività politica e decise di abbandonare il sacerdozio. Decisivo fu l’anno 1849, che lo vide assumere l’incarico di inviato del Governo Toscano presso la Repubblica Romana, a lui conferito all’indomani della fuga del granduca Leopoldo II: schierato al fianco di Giuseppe Mazzini per accelerare l’unione della Toscana con la Repubblica romana, si vide costretto a riparare a Marsiglia in seguito all’arrivo delle truppe francesi a Roma e degli austriaci in Toscana. Durante l’esilio, protrattosi fino al 1854, scrisse una delle sue opere fondamentali, la Storia d’Italia dai tempi più antichi fino all’invasione dei Longobardi. Nel 1861, con l’Italia ormai unificata, fu eletto deputato al Parlamento, e quattro anni più tardi ottenne la nomina di senatore. L’aggravarsi delle condizioni di salute lo portò ad allontanarsi gradualmente dall’attivismo politico e a ritirarsi a vita privata; il suo nome, in ogni caso, era già idealmente ascritto tra i grandi d’Italia.