L’istituzione del nuovo comune di Agliana, nel 1913, ridusse di fatto l’estensione del territorio sino ad allora afferente alla municipalità montalese: in definitiva, i tracciati dei fiumi Bure a sud e del torrente Agna a est delinearono i confini di Montale con i comuni di Agliana e Montemurlo rispettivamente. La decisione, come si può immaginare, non fu sulle prime del tutto ben accolta. Nel primo dopoguerra, l’attività prevalente dell’economia montalese era ancora sbilanciata verso il settore agricolo (con poche grandi aziende a gestire la quasi totalità delle coltivazioni del territorio su basi del sistema della mezzadria) o sulla lavorazione dei boschi nella parte collinare. Le modeste risorse economiche del capoluogo e le ancor più difficili condizioni della vita sulle frazioni montane portavano le famiglie a cercare di integrare il bilancio domestico con le piccole entrate ricavabili dalla lavorazione della paglia, con la quale si intessevano le famose “trecce” con cui venivano intrecciati i tipici cappelli fiorentini e altri manufatti.
La Seconda guerra segnò indelebilmente la vita dei montalesi a partire dal 1943, raggiungendo l’apice della violenza l’anno successivo: molte erano le formazioni partigiane attive sul territorio, letteralmente sovrastato da numerose opere di difesa della Linea gotica; ciò rese Montale teatro di varie rappresaglie naziste, la più sanguinosa delle quali si consumò nel settembre del 1944 con l’impiccagione, lungo via Roma, di cinque innocenti, oggi ricordati da una lapide collocata dal 1947 in via Martiri della Libertà.
La spinta di rinnovamento del secondo dopoguerra fu il volano per l’emersione di un apprezzabile processo di industrializzazione, che fin dalle fasi iniziali si concentrò sul settore tessile, sviluppatosi a Montale nel solco del florido comparto dei tessuti e dei filati della limitrofa provincia di Prato.