All’arrivo nella centrale piazza Matteotti, cuore del nucleo abitato della Montale contemporanea, si è colpiti da una delle più riconoscibili emergenze architettoniche della cittadina. Varcato il settecentesco porticato che si affaccia sulla bella piazza, si accede alla navata unica della pieve di San Giovanni Evangelista, edificio dei più antichi tra quelli documentati sul territorio montalese: se ne fa menzione già nell’anno 957, legando il nome della chiesa al toponimo di “Villiano”, e successivamente in un diploma firmato dall’imperatore Ottone III nel 998. Nei suoi primi anni, dipendente dal capitolo della Cattedrale di Pistoia, fu tappa e rifugio per i viandanti che, dalle valli del torrente Limentra, scendevano verso la pianura e imboccavano la via Cassia. La pieve, intitolata a Giovanni Evangelista a partire dal XVI secolo, era stata riedificata nel XII secolo su impianto romanico. Di questi antichi caratteri è possibile trovare traccia ancor oggi, per quanto nel corso dei secoli l’edificio sia stato sottoposto a numerosi rimaneggiamenti: si avverte il senso dell’originaria costruzione osservando, ad esempio, le monofore della sagrestia, ma l’atmosfera complessiva è determinata dalle sostanziali ristrutturazioni neoclassiche compiute nei primi anni del XIX secolo, all’indomani della elezione della chiesa al rango di propositura dopo le vicende che per almeno quattro secoli l’avevano legata al patronato della famiglia Cancellieri. Cruciali per la definizione dell’attuale fisionomia della pieve furono i lavori di recupero che, tra il Sei e il Settecento, portarono all’edificazione della torre campanaria, alla sistemazione del portico e della sacrestia e alla costruzione della compagnia; al ciclo di lavori ottocenteschi appartengono invece la realizzazione della piccola cappella che accoglie il fonte battesimale, la revisione strutturale dell’abside e la pittura del ciclo di decorazioni a tempera sulle pareti.
Una visita alla chiesa di San Giovanni è d’obbligo anche e soprattutto in virtù dell’interessantissimo patrimonio di opere d’arte custodite al suo interno. Tra le principali si segnalano la recentemente restaurata Annunciazione, olio su tavola dipinto nel 1552 da Sebastiano Vini, maestro di origini veronesi attivo principalmente sul territorio della provincia di Pistoia: commissionata originariamente per la chiesa pistoiese di San Pierino, è la prima opera dell’artista di cui si dispone di documentazione certa, e costituisce pertanto il punto di partenza ideale per ricostruire tutta la sua successiva produzione. Sul secondo altare di sinistra si ammira una Crocifissione del XVII secolo, pregevole opera di scuola fiorentina secentesca attribuita a Lodovico Ciardi detto il Cigoli (1559-1613), per quanto come probabile autore del dipinto sia stato anche fatto il nome del pittore Lorenzo Lippi, allievo di Matteo Rosselli. Lo stesso Rosselli (1578-1650) è autore dell’insolito Martirio di San Sebastiano visibile sul primo altare a destra: per la raffigurazione del martirio l’artista ha prediletto la rara iconografia del santo che, trafitto dalle frecce, viene ucciso a colpi di bastone. L’eccezionale ricercatezza nella resa anatomica delle figure del santo e dei carnefici echeggia la lezione caravaggesca, ascrivibile forse al soggiorno romano del Rosselli. Sulla volta della cupola del coro spicca l’ampio affresco di Luigi Sabatelli (1772-1850), conclamato maestro del classicismo fiorentino, raffigurante la Visione di San Giovanni Evangelista a Patmo, interpretazione dell’episodio dell’Apocalisse in cui Cristo detta le sette lettere agli angeli delle sette Chiese. Menzioniamo infine il Gesù e la Samaritana al pozzo di Pietro Benvenuti, olio su tela coevo all’affresco del Sabatelli, una Immacolata Concezione di Piero Confortini, e uno splendido crocifisso di scuola toscana del secolo XVII, realizzato in legno intagliato e dipinto (anch’esso sottoposto a un importante corso di restauri negli ultimi anni) e collocato alle spalle dell’altare maggiore.