A breve distanza dal centro del capoluogo di Montale, sospesa tra gli insediamenti urbani e la campagna lungo l’attuale via Giovanni Boccaccio, ci si imbatte in una delle più affascinanti testimonianze della storia del paese. L’abbazia di San Salvatore in Agna, così chiamata in accordo al nome del torrente appenninico che scorre a pochi passi e che proprio in prossimità della chiesa snoda il proprio percorso attraverso la pianura dopo la discesa a valle, fu uno dei fulcri attorno ai quali si svilupparono i primissimi centri abitati del montalese: nominato negli archivi già fin dall’anno 772, indicandone la dipendenza dall’abbazia di San Salvatore a Brescia, il complesso comprendeva anche un convento femminile di monache benedettine, e in epoca carolingia prese l’appellativo di “monastero della regina”, in quanto patrimonio personale delle mogli e delle figlie dei regnanti, i quali ne disponevano come beneficio di proprietà privata. Per iniziativa di Ludovico III, all’inizio del X secolo l’abbazia fu assegnata alle dipendenze del vescovo di Fiesole, che nei decenni successivi ne gestì le sorti alternativamente con i conti Guidi, finché il complesso non fu annesso al monastero fiesolano di San Bartolomeo. Le sorti della badia conobbero così una vicenda tormentata, determinata anzitutto dalla sua posizione cruciale, preziosa sosta lungo un itinerario che, dalla via Cassia, attraversava l’Appennino sino alla Badia a Taona, oggi nel comune di Sambuca Pistoiese: per questo motivo il complesso montalese esercitò fin dalle sue origini la funzione di hospitium per l’accoglienza di viandanti e pellegrini. Chiusa al culto nel corso del XVI secolo, in concomitanza con l’abbandono del monastero, l’abbazia fu pertinenza dei Canonici regolari lateranensi fino alla seconda metà del Settecento, allorché essa venne assegnata ai cavalieri di Santo Stefano, che ne mantennero la proprietà fino alla metà del secolo successivo.

Radicalmente restaurata nei primi decenni del Novecento, ripristinando le mancanze con numerosissime integrazioni in stile, la chiesa di San Salvatore si presenta oggi inequivocabilmente segnata da questi interventi, che cercavano di recuperarne ed esaltarne i caratteri romanici primigeni. La chiesa si sviluppa su un impianto a croce latina, definita da un’unica aula con transetto sporgente e presbiterio rialzato concluso da tre absidi, su ciascuno dei quali si affaccia una monofora. Il rivestimento esterno della struttura, composto di ciottoli fluviali allineati, rimanda alla costruzione della coeva pieve di Santa Maria e San Leonardo ad Artimino, nel comune di Carmignano, mentre la decorazione esterna a lesene e arcatelle, di gusto proto-romanico, echeggia modalità stilistiche mutuate dalla cultura artistica emiliana, lasciando trasparire al contempo l’influsso lombardo della sua realizzazione. La facciata si presenta con un profilo a capanna, scandito da una decorazione a coppie di archetti ciechi con lesene leggermente aggettanti dalla parete: il medesimo motivo si incontra anche lungo le altre pareti e le absidi. L’archivolto sovrastante il portale, con stipiti eretti a bugnato, è costruito invece con conci cuneiformi; il sottotetto si sviluppa con una trama di piccoli mattoni disposti a punta di diamante e appoggiati su arcatelle in laterizio.