Riportata negli elenchi delle decime del XIII secolo come dipendente dalla pieve di Villiano (l’attuale San Giovanni Evangelista), la chiesa parrocchiale di San Martino a Fognano, prima frazione di Montale lungo la strada che si incammina verso la montagna, è documentata fin dalla fine del X secolo, e costantemente segnalata nei verbali delle visite pastorali a partire dal 1372. Si ritiene che essa, nei primi anni, potesse essere un piccolo ospizio voluto dai monaci vallombrosani della Badia a Taona, che erano soliti sostare a Fognano, tappa obbligata del percorso che consentiva loro di scendere a valle. Della chiesa romanica non restano tracce visibili, fatta eccezione per una lunetta in pietra aperta sul lato meridionale della torre campanaria, rialzata e parzialmente modificata a metà del Settecento: è a quel periodo che appartengono le profonde trasformazioni in stile tardo-barocco che definiscono l’attuale fisionomia della chiesa e del suo ammirevole portico decorato.
Sulla piccola piazza a monte di San Martino si affaccia un originale tabernacolo-fontana ornato da una pittura murale realizzata nel 1934 dal pittore Ardengo Soffici (1879-1964); il soggetto del dipinto, ideale omaggio alle atmosfere giottesche, è un episodio della vita di San Francesco, raffigurato nell’atto miracoloso di far sgorgare acqua da una roccia. Concepito nei primi anni Trenta su invito del podestà comunale di Montale, che aveva espresso la volontà di lasciare una traccia d’arte per salutare l’apertura della fontana pubblica di Fognano, appena raggiunta dall’acquedotto, l’affresco marca l’ultimo esperimento dell’artista sulla direzione della pittura murale, e costituisce anche l’unica commissione pubblica da lui realizzata. Per i dodici giorni necessari alla sua realizzazione, Soffici ebbe come assistenti i giovani Quinto Martini e Leonetto Tintori; assai laborioso fu il processo che portò all’opera finita, di cui esistono sei cartoni preparatori a grandezza naturale. Si tratta di una testimonianza anomala e appassionata dell’arte di Soffici, da lui condotta “per solo amore al popolo e all’arte”, come resta inciso sulla lapide posta sotto la tettoia dell’edicola.